Ingegnosi "architettori" unitevi

Giacomo Massoni

30.12.17

It's the laboratory the place where we work and study. Here, observing and reflecting, we do practice. It's the storehouse in which collect the imprinted signs along the way.

L'ingénieur - L'architecte. L'emblema dell'ASCORAL, Le Corbusier, 1941

«Invece che artista, divenne ingegnere». Introducendo l’opera di Francesco di Giorgio Martini –che per Vasari fu “pittore, scultore e architettore”, ma che nei registri senesi quattrocenteschi è detto invece “maestro ingegniere” (con la “i”) - ben si capisce come, per un biografo di fine Ottocento, sia ormai già chiara la distinzione tra le due figure professionali in cui la società allora scelse di suddividere coloro che, a vario titolo, si sarebbero dovuti occupare del mondo costruito.

Da una parte, dunque, l’“architetto-artista” intento a riempire taccuini e belle tavole, magari di ritorno da un Grand Tour, fissando probabilmente più sulla carta che nei tessuti urbani delle città quanto appreso nelle lezioni di ornato delle Accademie. Dall’altra, l’“ingegnere-ingegnoso”, freddo ed efficace calcolatore a cui affidare la gestione dei “nuovi” materiali (l’acciaio, il vetro e il “beton armato”), le verifiche di travature reticolari con artificiose costruzioni grafiche, il calcolo di ponti e tralicci, il disegno di nuove linee ferroviarie o il risanamento di quartieri sovraffollati.

 

Era ormai da qualche tempo, da quando ho cominciato cioè a maturare una mia personale posizione sulla questione -chissà però quanto condizionata dal percorso di studi affrontato…- che pensavo di riassumere, spero in non troppe righe, faticose e sofferte riflessioni, ragionamenti magari banali (ma quanto ancora attuali!) che hanno occupato diverse pause pranzo e animato confronti e scambi di opinioni con colleghi e compagni condividendo esperienze e punti di vista spesso contrastanti.

 

«Scusa, puoi ripetermi: che cosa studi?» - «ma quindi, fammi capire, ora saresti ingegnere o architetto?» o ancora, «ma in pratica, quale sarebbe la differenza?». Spiegarlo a parole non è facile, ancor di più, si capirà, riuscire a metterlo per scritto. Ma forse, già riflettendo anche solo brevemente sul nome che fu scelto nel passato decennio per questo corso di laurea magistrale (“Ingegneria Edile-Architettura”), istituito per adeguarsi agli ordinamenti comunitari, si può comunque tentare di intravedere un minimo, non dico di chiarezza, ma almeno di sincerità all’interno di un mondo davvero nebuloso e malridotto.

 

In fin dei conti, la questione potrebbe essere più semplice di quanto la si pensi. È infatti come se tutto possa essere sintetizzato in un “trattino”, in un segno tipografico (-) che deve senz’altro significare molto più del campo vuoto lasciato da un colpo di barra spaziatrice o del debole legame di solito affidato ad una congiunzione semplice (e) o commerciale (&). Ma quindi, quel “trattino” unisce o separa? Serve ad avvicinare i due termini, o al contrario ne vuole marcare le distanze, con impersonale distacco? Sinceramente non saprei dire. A me sembra piuttosto che assomigli all’imbarazzo di quei saluti che si scambiano parenti o amici che, non vedendosi da qualche tempo, non sanno se baciarsi, stringersi la mano o accostarsi in un abbraccio, senza particolare trasporto.

 

Ad ogni modo, anche se potrà sembrare strano, quel “trattino” schiacciato tra le parole “Ingegneria edile” e “Architettura” può rappresentare, con formidabile efficacia, l’istantanea sulla situazione attuale di un intero paese: di come cioè, in Italia, si riesca sempre a risolvere le questioni anche più scabrose e complesse con rassicurante diplomazia, con quell’aurea mediocritas che ha perso ogni caratterizzazione positiva di giusta via di mezzo per appiattirsi nella mediocrità, dove l’unica ambizione è quella di passare indenni tra le turbe di una temperie burocratica che è sempre più simile a un labirinto disseminato di codici e normative, testi unici e certificazioni a buon mercato, con al centro, sempre più ingombro di incartamenti spesso inutili, il tavolo del progettista.

 

Si, perché in fondo non è di ingegneri o architetti, periti o geometri (o di ulteriori e sempre nuove figure professionali in cui si è andata cristallizzando la materia), ma di progettisti nel senso più letterale e autentico del termine che, credo, oggi si debba sentire sempre più urgente il bisogno. Il progetto (il design, efficacemente riassunto dal termine anglosassone) dovrebbe in altre parole riappropriarsi della sua fondamentale funzione di previsione di realtà future, di prefigurazione concretizzata di volta in volta non solo sulla forma o il carattere di uno spazio, di un complesso edilizio o di una parte di città, ma direi anche di anticipazione profetica e rappresentazione simbolica di comuni intenzioni sul prossimo avvenire.

 

Che l’architetto torni dunque a vestire almeno idealmente i panni dell’“architettore” (come suggerito già da Adolfo Natalini) con questa arcaica ma bellissima parola che suona così bene accostata alle altre arti più o meno sorelle. Dirò di più, l’assonanza maggiormente significativa non credo sia nemmeno col “pittore” o lo “scultore” quanto piuttosto con l’antica e fraterna parentela che legava il progettista al “muratore” e al “costruttore”: determinando una figura che nei cantieri medievali veniva sempre o quasi definita “operaio”, soprintendente cioè alla buona riuscita di un’opera costruita.

 

Giocando con le parole, mi è venuto in mente che forse bisognerà cominciare davvero a preoccuparsi quando l’“Architettore”, dopo aver perduto ormai da tempo sia il suffisso “ore” (che resta soltanto nelle colonne excel di scarni pagamenti per prestazioni che accomunano sempre più la professione ad altrettanto antichi mestieri) sia il prefisso “archi” (non sapendo o non potendo più calcolare un’arcata o un architrave senza il rassicurante aiuto dell’ingegnere), avrà perso infine anche il “tetto” (nel significato non solo metaforico, ma anche più etimologicamente allusivo al “saper fare”).

 

Esiste allora, si chiederà giustamente, una via di fuga anche stretta, una qualche flebile speranza per chi decida di intraprendere oggi in Italia questa avventurosa missione di progettare un fondale migliore al palcoscenico delle nostre vite? L’ottimismo, che tanti hanno cercato di assopire e che il gattopardismo dominante continua ogni giorno a soffocare, è forse l’unico conforto: è però vero che, se è difficile sperare in un improbabile ma necessario cambio di rotta nella gestione politica del settore -che richiederebbe certo maggiore fiducia ma altrettanto drastiche e immediate semplificazioni burocratiche e normative- si può tuttavia tentare di imprimere finalmente un decisivo mutamento quantomeno nella mentalità che, direi oramai da mezzo secolo esatto, soverchia la professione e presidia gli organi legislativi e di controllo.

 

Restituendo all’ingegnere il suo compito “ingegnoso” e creativo nella risoluzione dei problemi progettuali e ponendolo al fianco e al pari di un architetto finalmente spogliato della sua aura superomistica, si potrà senza dubbio facilitare quel processo di sintesi multidisciplinare che, laddove ben applicato, si è dimostrato essere l’unico sbocco sicuro ed efficace per ottenere risultati di eccellenza.

 

«L’ingegnere vuol essere poeta» cantava senza troppa ironia Pablo Neruda. Credo che in fin dei conti sia giusto così, che non sia più necessario scegliere se diventare “artisti” o “ingegneri”: basterà che ognuno faccia un semplice ma sincero passo indietro e, parafrasando Verdi, sarà già senz’altro un bel progresso.

 

©imprintedsigns 2015-17